Ci sono sere in cui la malinconia prende il sopravvento e non si può far altro che radunarsi attorno a un falò a raccontare vecchie storie. È in un’occasione come questa che mi capitò di parlare del mio viaggio in Bolivia, o almeno di una sua piccola parte.

Le fiamme illuminavano il volto di mezza dozzina di presenti, mentre le stelle ci facevano da tetto in quel campo al di fuori del mondo.

Eviterò di parlare del viaggio notturno da Sucre a Potosi, nel quale assieme a mio cugino Pablo credevo di trovarmi all’interno di uno shaker agitato dal peggior barman di Caracas, dell’aver camminato per chilometri tra pire e blocchi di pietra sistemati sulla strada dai minatori in sciopero e l’aver preso alla cieca un pullman dalla parte opposta della barricata. Questa è un’altra storia che merita una serata a sé stante.

Mi basta chiudere gli occhi e ancora mi sembra di vedere quell’immensa distesa bianca irradiata dal sole. Non avevo mai visto e non ho più avuto modo d’imbattermi in qualcosa di così assurdo e irreale come il Salar de Uyuni. Chi ha avuto modo d’andare potrà senz’altro essere d’accordo con me: non c’è immagine o video che possa dar testimonianza tangibile di quel luogo.

P1090661Già per raggiungere il deserto di sale si deve intraprendere il così detto “viaggio della speranza”: un interminabile tragitto in autobus su un consumato serpente d’asfalto che si snoda tra spoglie montagne, mandrie di lama e il nulla cosmico. Mi correggo: sporadicamente compariva distante dalla strada un gruppo di due o tre case diroccate, abitate con ogni probabilità da nativi inca. Parlando con abitanti della zona seduti accanto a noi apprendo che di notte nelle montagne che attraversiamo si consumano sacrifici in onore di oscure forze provenienti da tenebrosi crepacci all’interno di tetre grotte. Guardando i loro volti seri e intimoriti e poi quelle isolate abitazioni non mi è difficile crederci.

Probabilmente i Romani non avrebbero potuto fare di meglio se fossero stati loro a edificare Uyuni. Infatti le strade della città sono tutte perpendicolari tra loro e formano un quadrato dietro l’altro. Era la prima volta che mi trovavo oltre i 3.600 metri d’altitudine e ho dovuto adattarmi rapidamente all’aria rarefatta perché appena arrivati una guida ci ha condotto in un luogo stupefacente: un cimitero di treni. Se me lo avessero raccontato non avrei mai creduto che ci fossero dei convogli lassù in cima! Eppure davanti ai miei occhi carcasse di locomotive giacevano immobili con le ruote conficcate nella dura terra. Di per sé non c’è nulla d’incredibile in una rimessa di treni, ma quella è davvero qualcosa di unico! Mi viene ancora da sorridere a ripensarci.

P1090606Risaliti in jeep la nostra guida, succhiando una bella palla di foglie di coca, ci conduce all’interno del Salar. Gli orizzonti si fanno meno nitidi man mano che ci lasciamo alle spalle la città. Il deserto di sale ci fagocita in un bagliore bianco sovrannaturale divenendo un tutt’uno con il cielo che ci sovrastava fitto di dense nuvole chiare. Ovunque guardassi la superficie della desolazione era spaccata in innumerevoli figure geometriche naturali. Era sconcertante guardare le oscure sagome nere delle cime montuose poste sull’infinito e calpestare quella granulosa superficie bianca avvolta da un ovattato silenzio.

Ripreso il viaggio ci siamo diretti alla base del Tunupa, un vulcano oramai spento di cinquemila metri che ci guardava avvicinarci mentre uno stormo di fenicotteri rosa volava al nostro fianco. Sì, proprio fenicotteri! Questo è un altro aspetto del luogo che mi ha fatto restare a bocca aperta. Un’altra perla che non ci si aspetta assolutamente di trovare in un luogo come quello! Era come salire in soffitta e trovare un elefante indiano a dondolarsi su un’amaca.

Ma nulla di tutto questo ha superato la meta successiva: Incahuasi! Un isolotto nel cuore del Salar disseminato di cactus secolari alti dai quattro ai dodici metri! Mi ricordo l’ilarità che mi suscitò camminare tra quelle rocce! Non sapevo più cosa aspettarmi dopo aver visto un cactus alto come un palazzo di tre piani vecchio 900 anni su uno sperone di roccia che si ergeva da una distesa di sale a quasi quattromila metri d’altitudine. Neppure le sculture e la casa costruita interamente in blocchi di sale sono riusciti a emozionarmi maggiormente.

DSC08102Se state progettando un viaggio, un’avventura, un’escursione o una gita fuori porta, il Salar de Uyuni fa al caso vostro! È un posto unico nel suo genere che vi ammalierà sicuramente! Credo che almeno una volta nella vita una capatina lassù in cima la si debba fare per riscoprire quello stupore che avevamo da bambini e che ora per molti giace sopito nel profondo di noi. Buona camminata!