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Momenti di crisi. Elisur Rhivan, Lhotar e il Marskull

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Ex-comandante dei fanti, musico da quattro soldi, vecchio bastardo. Questi alcuni degli appellativi che mi attribuiscono maggiormente coloro che incontro nel mio errare. Un tempo comandavo i fanti dell’esercito di Graycastle, ma poi l’avvento dell’imperatore Senza Volto cambiò ogni cosa. Chi mi vede adesso non può certo affermare che da giovane io fossi in grado di brandire una spada in battaglia, ma alcune fredde e dimenticate lapidi parlerebbero al mio posto. Ormai sono vecchio, cammino a stento e la mia vista non è più buona. Mi faccio trasportare da una città all’altra da contadini, avventurieri o carovane con cui divido volentieri il viaggio in cambio di una storia. Una giornata su un traballante carretto per una favola. Un’intesa che tutto sommato alla mia povera schiena piace. Come ora che gentilmente mi offrite un passaggio di tre giorni per Tomaneli.

Non ricordo neppure quanti anni sono trascorsi da quando divenni un cantastorie. Probabilmente da quando ho avuto qualcosa di buono da dire. Qualcosa che non si era mai udito prima in tutta Agrilard. Credo sia questo il motivo per cui la gente mi ascolta in silenzio, assorta nel mio dire. Oggi non mi reputo un grande intrattenitore. La mia voce non è più calda e suadente e spesso non mi sforzo più di modularla per enfatizzare un fatto importante. Eppure quando prendo in mano il mio mandolino e inizio a narrare, ancora gli occhi degli uomini attorno al falò restano fissi sulle mie labbra. Potrei raccontare loro menzogne, ma non è nel mio stile, non lo è mai stato. Raccontare qualcosa di autentico ma allo stesso tempo impossibile, questo sì che mi dà soddisfazione. Una storia che pare irreale, che i più possono controbattere e che io sfido ad andare a verificare di persona! Che compiacimento quando dopo anni incontro la stessa carovana e alcuni uomini, con capo chino, ammettono che avevo ragione.

Le storie che amo più raccontare sono quelle che ho vissuto direttamente. Non mi fido di giovani bardi che narrano di fatti avvenuti quando loro non erano neppure un pensiero. Quante distorsioni e libere interpretazioni della realtà possono trapelare?! Non voglio neppure perdere tempo a considerarlo. Guardando le mie mani callose, le cicatrici incise sul mio corpo, il filo consumato della mia spada e il legno scheggiato del mio mandolino. Ecco, queste sono come un taccuino da viaggio su cui la mia vita si è impressa. Devo ringraziare gli dei per la mia buona memoria. Non c’è fatto che io non riesca a ricordare semplicemente guardandomi allo specchio. Questa sera, mentre mi radevo la barba ho riscoperto una bruciatura che, come potete vedere, inizia dal lato destro del collo e finisce appena sopra la vita. Veloce come la scarica elettrica che mi colpì, mi è venuto in mente forse di uno degli avvenimenti più incredibili a cui ho partecipato. Io mi chiamo Elisur Rhivan anche se molti mi conoscono come “vecchio bastardo”. Vi racconterò di una storia avvenuta nel fiore dei miei anni, che vede come protagonista un elfo scuro. Come voi ben sapete gli elfi scuri sono una delle razze più malvagie presenti in tutta Agrilard. Non conosco uomo che se solo ne avesse la possibilità esiterebbe a infilzarne un paio. Nel loro sangue scorre il caldo fuoco della battaglia, del dominio, del più spietato furore. Si credono superiori a ogni altra specie erudita del nostro mondo e vantano pretese infondate su territori e vite umane. Viscide creature, corrompono gli animi quanto i demoni e voltano le spalle appena l’occasione gli si fa propizia. Ebbene, io ne ho conosciuto uno a cui guerra, sangue, omicidio e superiorità non interessavano minimamente. Anzi, più evitava lo scontro, anche verbale, meglio stava. Lhotar Evarhete credo sia stato l’unico elfo scuro in grado di ridere di vera gioia. Non che ne abbia conosciuti molti altri, ma stando a quanto egli stesso mi confermò, il sorriso non compare mai sul volto di un elfo scuro se non per un secondo fine. Nel tempo in cui abbiamo dovuto condividere la sfida contro l’imperatore Senza Volto, ho avuto modo di conoscerlo e credetemi se dico che egli è una delle poche persone a cui avrei affidato la mia vita.

All’epoca ci trovavamo nel bel mezzo della via principale di Graycastle. La capitale d’Agrilard che prende il nome dal suo fondatore, Ammon Graycastle, a cui sono state versate monete sonanti a lui e alla sua discendenza in cambio di protezione. Devo ammettere che la Guardia Imperiale ha svolto egregiamente nei secoli il suo compito, proteggendo gli indifesi e le povere persone devote alla corona. Orchi, troll, eserciti invasori. Tutti venivano falciati di fronte alla risolutezza di chi aveva giurato fedeltà a Graycastle.

Uno schieramento di ben ottantamila soldati e quarantamila cavalieri forgiati da duri ed estenuanti allenamenti per perfezionare il fisico e l’anima. Prodi maestri e veterani di guerra. Tutto fu reso vano di fronte alla potenza distruttiva del Marskull. C’è un buon motivo per cui questa creatura è alquanto insolita e poco conosciuta ai più. Quando passa è come se la mano di una divinità si conficcasse nella terra e ne arasse brutalmente le viscere. Il Marskull è un globo di fauci fameliche e affilati artigli grandi quanto intere case, di un colore grigio intenso. La sua dimensione supera quella di qualsiasi drago e la sua superficie vaporosa è frastagliata da scariche elettriche come se si trattasse di un temporale perenne. Quando apparve a Graycastle l’intero quartiere sud fu spazzato via dal vortice d’artigli. La pietra delle abitazioni, delle strade, delle antiche torri, tutto fu frantumato in un battito di ciglia. Il Marskull non si limita ad attacchi diretti, infatti è capace di scagliare dei raggi dal proprio corpo in grado di polverizzare qualunque corpo su cui impattino. Ma la cosa più spaventosa di questa creatura è la sua capacità di risucchiare la Nube Magica.

Come sicuramente già saprete, la Nube Magica è simile a una nebbia invisibile, calda e avvolgente che impregna tutto il nostro mondo. Chi ha la dote di percepirla ha anche il dono di saperla sfruttare per evocare incantesimi a suo piacimento. Ebbene il Marskull si nutre proprio di Nube Magica. Si insedia in un luogo, la risucchia nel raggio di chilometri e poi si sposta per fagocitarne altra. Più ne consuma e più cresce in potenza distruttiva e dimensione. Ovviamente, eliminando la Nube svanisce anche la capacità degli incantatori di ricorrere all’uso di magia. Lhotar Evarhete era uno stregone. Un eccellente stregone in grado di reggere il confronto con draghi e titani. Era in grado di lanciare incantesimi di fuoco e di elettricità con una velocità sorprendente. Spesso non facevo in tempo a dirgli “occhio alle spalle” che il nemico era già carbonizzato al suolo.

Ed eccoci a noi. A quella dannata via principale di Graycastle. Il Marskull che si piazza tra noi e l’Imperatore, spazza via edifici e Guardia Imperiale insieme a tutta la Nube Magica che poteva divorare in quel momento. Lhotar si sentì nudo. A un guerriero o a un barbaro può capitare che gli si spezzi la spada in battaglia. Possono però continuare a menar cartoni sfruttando la loro forza fisica, raccogliere una spada nemica e rilanciarsi nella bolgia. Ma uno stregone, a cui vengono i crampi alle mani solo a strofinare il nero dalle padelle, cosa potrà mai fare privo della sua dote di lanciare incantesimi?! Lhotar era mingherlino, con folti capelli bianchi tipici della sua stirpe. Bastava un manrovescio ben assestato per mandarlo a gambe all’aria eppure sarebbe stato in grado di abbrustolire un’intera armata di orchi lanciati alla carica se solo l’avesse voluto. Se solo ne avesse avuto la possibilità.

Quel giorno il vento soffiava terribilmente forte. Il rumore prodotto era talmente assordante che dovetti tapparmi le orecchie e accucciarmi a fianco di quello che rimaneva di un muro d’una casa. Lhotar era solo, curvo in avanti, a diversi metri di fronte a me. Il suo mantello nero svolazzava lacerato e le sue mani gesticolavano imperterrite nella speranza d’evocare un incantesimo per colpire quella creatura. Fu tutto inutile, non c’era un briciolo di Nube neppure a pagarla oro sonante. Lo vidi indietreggiare per la prima volta, sospinto dalla tempesta di detriti che rombavano d’innanzi a lui. Estrasse dalla cintola una verga magica. Sapevo che da quella avrebbe potuto far scaturire un incantesimo di pura forza, ma non appena la protese di fronte a sé si sbriciò in un istante e la polvere venne risucchiata all’interno del corpo del Marskull. Completamente indifeso si inginocchiò a terra e conficcò le mani nelle crepe del selciato per non essere spazzato via dal turbine. Sgranai gli occhi di fronte a quella visione. Il temuto Lhotar, l’araldo della giustizia, il dominatore del fuoco, il liberatore dei poveri. Lui che aveva annientato Kail-qua di Lammar il drago rosso, imbattuto da secoli. Lhotar era in ginocchio forse per la prima volta in vita sua.

Lo vidi lì fermo, con lo sguardo fisso a terra mentre una tempesta di frammenti lo investiva. Lhotar era un tipo orgoglioso e non l’avevo mai visto arrendersi in nessuna situazione. Certo quella era davvero disperata. Una maschera di sangue, nient’altro vidi quando la folata di polvere passò oltre. Rimaneva ben poco perfino delle sue vesti tra le cui lacerazioni notai la carne scura luccicare inconfondibilmente di sangue. Scuoteva la testa sconvolto, con capo chino. Questo mi dava coraggio, Lhotar era vivo anche se il Marskull incombeva su di lui come una valanga su degli scalatori. Ma a conti fatti la sua presenza lì era inutile come un ottimo libro di poesie nelle mani a un barbaro bifolco delle terre del nord.

Non so dove trovò la forza d’alzarsi e correre verso di me ma quando mi raggiunse vidi nei suoi occhi la follia. I suoi capelli erano appiccicati alla fronte e sporchi di rosso in più punti. Forse un artiglio l’aveva sfiorato o forse un sasso l’aveva colpito, sta di fatto che con un sorriso agghiacciante mi levò a forza lo zaino. Conteneva vettovaglie per il viaggio che avevamo intrapreso. Nulla che concretamente potesse essere utile in quella situazione. Mi strinse la spalla con mano tremante ma quello che più ricordo è la sua espressione squilibrata. Gli occhi sembravano schizzare fuori dalle orbite, la bocca spalancata in un sorriso raccapricciante, le narici dilatate attraverso le quali potevo vedere l’infinito vulcano di caos del suo animo. Non disse nulla. Credo non ne avesse la facoltà. Ma annuì fissandomi dritto negli occhi. Poi si diresse a passo svelto contro il Marskull come un rocciatore pronto ad affrontare la montagna.

Non so se in quello zaino, passo dopo passo, Lhotar avesse messo dentro tutta la sua esperienza. Come se quella sacca sulla schiena lo dovesse accompagnare in quel momento nel viaggio oltre questo mondo. Lo zaino sembrava però farsi sempre più pesante, come se i suoi vecchi ricordi si sormontassero l’uno sull’altro. La vittoria contro Orschur, l’orco verde che aveva rapito la principessa di Valis. Lo scontro contro le chimere che depredavano le mucche degli allevatori di Parens. La disinfestazione dei sotterranei del castello di Lurens. Le trattative di pace tra Lamamr e Dindock. La lotta contro Kail-qua di Lammar. Il viaggio nelle terre del fuoco incandescente e l’epica battaglia contro il demone Usurgh. La distruzione dell’artefatto di Necpa per scongiurare la catastrofe predetta. Persino il trionfo contro il Phane, per evitare che annientasse il tempo stesso, si insediò in quello zaino!

Lo guardai avanzare imperterrito sino a che scomparve nel corpo vaporoso della creatura. Con un boato che mi scagliò a terra fui colpito da una scarica elettrica, proprio qui dove vedete. L’eco del tuono risuonò a lungo e un vento indicibile spazzò via ciò che rimaneva della città. Non so dire come mi salvai. Strisciai fuori da sotto un massiccio portone del tempio. Una distesa di macerie, null’altro era diventata la capitale. Di Lhotar non c’era traccia, neppure del Marskull. Svaniti entrambi come opposti in una formula alchemica.

Se ho mai più rivisto Lhotar insistete a chiedermi. Ebbene, mancano ancora due giorni a Tomaneli e questa è tutta un’altra storia. Di certo non ve lo dirò stanotte. Esattamente, “vecchio bastardo” è il soprannome con cui i più mi conoscono.

Come un baleno

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Luce. In una calda notte d’estate con la luce d’una lanterna lui bussa alla mia porta. Pare che il fuoco sia il mezzo che ci permette d’incontrarci, che ci tiene uniti. Il mio amico Pus è tornato dal Nord. Solo per pochi giorni e poi ripartirà. Al cospetto di un firmamento stellato, una storia nuova si nota brillare nei suoi occhi, qualcosa che suona di celtico e antico. Scintille d’infinito paiono sgorgare dai suoi racconti ma una vena di nostalgia mina la sua voce. Api grosse come un pugno e favi stillanti di miele selvatico. Sconfinate praterie innevate e l’infrangersi di fragorose onde sulle scogliere. Draghi indomabili e burberi autoctoni. Montagne inospitali e lanci nel vuoto.

Casa. Non solo un luogo che ci lega alle tradizioni, il nostro cordone ombelicale non può essere tranciato. Il tempo d’un abbraccio e in un baleno così com’era venuto, scompare. Come in un sogno, Pus torna alle sue nuove battaglie, al freddo, con la viva speranza d’incontrarci ancora. La luce s’allontana e come una stella balena nell’immensità.

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Salar de Uyuni

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Ci sono sere in cui la malinconia prende il sopravvento e non si può far altro che radunarsi attorno a un falò a raccontare vecchie storie. È in un’occasione come questa che mi capitò di parlare del mio viaggio in Bolivia, o almeno di una sua piccola parte.

Le fiamme illuminavano il volto di mezza dozzina di presenti, mentre le stelle ci facevano da tetto in quel campo al di fuori del mondo.

Eviterò di parlare del viaggio notturno da Sucre a Potosi, nel quale assieme a mio cugino Pablo credevo di trovarmi all’interno di uno shaker agitato dal peggior barman di Caracas, dell’aver camminato per chilometri tra pire e blocchi di pietra sistemati sulla strada dai minatori in sciopero e l’aver preso alla cieca un pullman dalla parte opposta della barricata. Questa è un’altra storia che merita una serata a sé stante.

Mi basta chiudere gli occhi e ancora mi sembra di vedere quell’immensa distesa bianca irradiata dal sole. Non avevo mai visto e non ho più avuto modo d’imbattermi in qualcosa di così assurdo e irreale come il Salar de Uyuni. Chi ha avuto modo d’andare potrà senz’altro essere d’accordo con me: non c’è immagine o video che possa dar testimonianza tangibile di quel luogo.

P1090661Già per raggiungere il deserto di sale si deve intraprendere il così detto “viaggio della speranza”: un interminabile tragitto in autobus su un consumato serpente d’asfalto che si snoda tra spoglie montagne, mandrie di lama e il nulla cosmico. Mi correggo: sporadicamente compariva distante dalla strada un gruppo di due o tre case diroccate, abitate con ogni probabilità da nativi inca. Parlando con abitanti della zona seduti accanto a noi apprendo che di notte nelle montagne che attraversiamo si consumano sacrifici in onore di oscure forze provenienti da tenebrosi crepacci all’interno di tetre grotte. Guardando i loro volti seri e intimoriti e poi quelle isolate abitazioni non mi è difficile crederci.

Probabilmente i Romani non avrebbero potuto fare di meglio se fossero stati loro a edificare Uyuni. Infatti le strade della città sono tutte perpendicolari tra loro e formano un quadrato dietro l’altro. Era la prima volta che mi trovavo oltre i 3.600 metri d’altitudine e ho dovuto adattarmi rapidamente all’aria rarefatta perché appena arrivati una guida ci ha condotto in un luogo stupefacente: un cimitero di treni. Se me lo avessero raccontato non avrei mai creduto che ci fossero dei convogli lassù in cima! Eppure davanti ai miei occhi carcasse di locomotive giacevano immobili con le ruote conficcate nella dura terra. Di per sé non c’è nulla d’incredibile in una rimessa di treni, ma quella è davvero qualcosa di unico! Mi viene ancora da sorridere a ripensarci.

P1090606Risaliti in jeep la nostra guida, succhiando una bella palla di foglie di coca, ci conduce all’interno del Salar. Gli orizzonti si fanno meno nitidi man mano che ci lasciamo alle spalle la città. Il deserto di sale ci fagocita in un bagliore bianco sovrannaturale divenendo un tutt’uno con il cielo che ci sovrastava fitto di dense nuvole chiare. Ovunque guardassi la superficie della desolazione era spaccata in innumerevoli figure geometriche naturali. Era sconcertante guardare le oscure sagome nere delle cime montuose poste sull’infinito e calpestare quella granulosa superficie bianca avvolta da un ovattato silenzio.

Ripreso il viaggio ci siamo diretti alla base del Tunupa, un vulcano oramai spento di cinquemila metri che ci guardava avvicinarci mentre uno stormo di fenicotteri rosa volava al nostro fianco. Sì, proprio fenicotteri! Questo è un altro aspetto del luogo che mi ha fatto restare a bocca aperta. Un’altra perla che non ci si aspetta assolutamente di trovare in un luogo come quello! Era come salire in soffitta e trovare un elefante indiano a dondolarsi su un’amaca.

Ma nulla di tutto questo ha superato la meta successiva: Incahuasi! Un isolotto nel cuore del Salar disseminato di cactus secolari alti dai quattro ai dodici metri! Mi ricordo l’ilarità che mi suscitò camminare tra quelle rocce! Non sapevo più cosa aspettarmi dopo aver visto un cactus alto come un palazzo di tre piani vecchio 900 anni su uno sperone di roccia che si ergeva da una distesa di sale a quasi quattromila metri d’altitudine. Neppure le sculture e la casa costruita interamente in blocchi di sale sono riusciti a emozionarmi maggiormente.

DSC08102Se state progettando un viaggio, un’avventura, un’escursione o una gita fuori porta, il Salar de Uyuni fa al caso vostro! È un posto unico nel suo genere che vi ammalierà sicuramente! Credo che almeno una volta nella vita una capatina lassù in cima la si debba fare per riscoprire quello stupore che avevamo da bambini e che ora per molti giace sopito nel profondo di noi. Buona camminata!

The last Baitus

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Un giorno l’eroe Pus chiamò me e Anus per riferirci un’importante decisione: avrebbe lasciato la sua terra natia per raggiungere il lontano nord, terra di leggende e mostri, di squartatori e pony! Necessitava però di recarsi dai suoi Padri per congedarsi e avere la loro benedizione per il futuro. Questo implicava una nuova grande avventura: raggiungere Cima Grappa!

A casa di Pus abbiamo verificato le nostre attrezzature e steso la lista dei viveri necessari per sopravvivere al clima rigido della Cima. La Gazzetta dell’Eroe comunicava che si sarebbe abbattuta una tormenta di neve proprio il giorno scelto per intraprendere il viaggio. Abbiamo colto il fatto come una sfida e di certo non ci siamo tirati indietro!

Una volta preparati gli zaini, verificato la bussola, affilate accette, coltelli e roncole, ritirati i cavalli da Emil Jellinek ci siamo recati all’emporio per comprare la nuova cotta di maglia di Anus. Quella che aveva portava fin troppi segni di precedenti battaglie ed era giusto darle il meritato riposo.

L’indomani alle prime luci dell’alba una fitta nebbia ostacolava il nostro incedere verso le montagne ma eravamo in possesso di un’inebriante rimedio contro la tristezza: il profumo del pane appena sfornato! Grazie a quello abbiamo sorriso alla foschia e, senza perdere lo spirito, accolto con gioia la tormenta annunciata dalla Gazzetta appena giunti alla base della montagna.

Parcheggiati i cavalli, senza titubanze ci siamo diretti verso il rifugio che ci avrebbe ospitati per la notte. Ripido e scivoloso era il sentiero e copiosa neve minacciava d’occultarlo facendoci mettere il piede in fallo. In ruderi di guerre appartenenti a un tempo ormai passato abbiamo avuto modo di scaldarci e rifocillarci quel poco da far tornare la circolazione alla punta delle dita.

WP_20141227_009Ripreso il cammino ci siamo imbattuti nelle impronte di uno yeti e in un gruppo di caprioli che risaliva il pendio scosceso. Solo dopo aver camminato lungo le trincee, dove i nostri avi avevano combattuto per proteggere la terra che amavano e la loro libertà, siamo riusciti ad arrivare al rifugio!

Tolti gli zaini, accesa la stufa che sputava fuoco come se andasse a vetriolo di drago, abbiamo preparato un buon pasto ristoratore! Polenta con gorgonzola e salsicce fresche fresche di capriolo, olivette ripiene, pomodorini secchi e pecorino, risotto di zucca con funghi, il tutto accompagnato da due fusti di ottima birra! Con di sottofondo l’ululare del vento, che allontanava le nuvole, non ci siamo fatti mancare di giocare d’azzardo! Siamo dovuti uscire dal bivacco per allontanarne un troll di caverna ma, in compenso, prima d’entrare nei rispettivi giacigli ci siamo soffermati ad osservare l’incantevole stellata!

WP_20141227_027Il giorno seguente, con il sole che illuminava il nostro cammino e il vento che ci sospingeva verso la cima, siamo giunti alla meta! Il panorama era mozzafiato e l’ossario innevato ne faceva da padrone.

Al nostro ritorno alla base della montagna i cavalli hanno mostrato qualche resistenza nel voler tornare a casa, ma con un paio di zuccherini abbiamo risolto rapidamente la questione!

Vi lascio con un’immagine di Pus che contempla la terra dei suoi Padri, nella speranza che la loro benedizione lo accompagni per il resto della sua vita! Alla prossima avventura!

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